Oro nero e geopolitica: dalla guerra in Ucraina alla crisi dello Stretto di Hormuz.

Basta una crisi internazionale a far sì che il petrolio torni a dettare legge sull'economia mondiale. Negli ultimi cinque anni guerre, sanzioni e tensioni in Medio Oriente hanno dimostrato come il prezzo del greggio continui a essere uno degli indicatori più sensibili degli equilibri geopolitici. Dal conflitto tra Russia e Ucraina fino alle recenti tensioni nello Stretto di Hormuz, il mercato petrolifero ha attraversato una delle fasi più complesse degli ultimi decenni. 


Il 2021 è segnato dalla ripresa della domanda che era crollata nel 2020 con la pandemia, la produzione giornaliera registra un +1,7% con 95,5 milioni di barili al giorno, con l'alleanza OPEC+ che ha mantenuto un incremento graduale della produzione il Brent è passato da circa 50 dollari al barile all'inizio dell'anno a oltre 80 dollari in autunno, con una media annua di circa 71 dollari al barile. In questo anno i paesi produttori che più hanno influito sono stati : l'Arabia Saudita che ha guidato la strategia dell'OPEC+, gli Stati Uniti che restano il primo produttore mondiale, ma lo shale oil cresce più lentamente per effetto della nuova disciplina finanziaria delle compagnie e la Russia che torna ad aumentare la produzione nell'ambito dell'accordo OPEC+, chiudendo quello che sarà l'ultimo anno di piena integrazione nel mercato petrolifero globale prima della guerra in Ucraina.


 Questi tre elementi ci servono per introdurre il 2022, quando l'invasione dell'Ucraina a febbraio da parte della Russia ruppe gli equilibri costruiti nel corso del 2021. Nel 2022 nonostante la guerra la ripresa della produzione si fa ancora più marcata grazie alla ripresa post-pandemia che fa registrare un +4,5% rispetto all’anno precedente, con 99,8 milioni di barili al giorno. Le sanzioni alla Russia hanno fatto raggiungere i 120 dollari al brent (139 in europa) ma non hanno fermato la produzione della Russia, Mosca ha semplicemente reindirizzato in altri mercati (Cina e India) il suo petrolio aggirando le sanzioni. Gli Stati Uniti hanno incrementato la produzione con la ripresa dello shale oil. I Paesi dell'OPEC+ hanno gradualmente aumentato l'offerta, quest’anno ci insegna la capacità del mercato di riorganizzare rapidamente i flussi commerciali. La quotazione complessiva media si è attestata sopra i 90 dollari per barile Brent. 


Passiamo ora al 2023, un anno di ulteriore aumento di produzione che tocca i 101,81 milioni di barili al giorno +2% rispetto al 2022, anno della divergenza tra strategie nazionali: gli Stati Uniti hanno spinto la produzione verso nuovi massimi storici, mentre l'Arabia Saudita ha limitato volontariamente l'offerta per sostenere i prezzi. Nel frattempo, la Russia ha continuato a dimostrare di sapersi adattare alle sanzioni. Da notare che Brasile, Canada e Guyana hanno contribuito in modo significativo alla crescita dell'offerta mondiale grazie all'avvio di nuovi progetti offshore e all'espansione della capacità estrattiva.Il risultato è stato un nuovo record di produzione mondiale, nonostante un contesto geopolitico ancora fortemente instabile. Il prezzo nel corso dell’anno è sceso sensibilmente stabilizzandosi sugli 80 dollari al barile (Brent). 


Il 2024 tra gli anni che trattiamo in questo articolo è quello in cui il prezzo è stato più stabile, sugli 81 dollari del Brent e una produzione ancora una volta in aumento, del 1,2% con 103,1 milioni di barili giornalieri. 

Gli Stati Uniti consolidano il primato mondiale raggiungendo nuovi record storici. Ciò impedisce ai prezzi di tornare ai livelli del 2022,  OPEC+ continua a tagliare la produzione per  evitare che l'aumento della produzione di Stati Uniti, Brasile, Guyana e Canada provochi un eccesso di offerta e un forte calo dei prezzi. Con il conflitto Israele-Iran: il mercato teme una guerra regionale ma il rialzo dura poco perché il conflitto non interrompe concretamente le forniture di petrolio, poi il Mar Rosso diventa un nuovo fattore di rischio per gli attacchi degli Houthi alle navi commerciali costringono molte petroliere a evitare il Canale di Suez, circumnavigando l'Africa. Il risultato non è una riduzione della produzione, ma un aumento dei tempi e dei costi di trasporto del greggio. Questo introduce un nuovo "premio di rischio" nei prezzi del petrolio.

Poi il 2025 con la crescita continua della produzione non OPEC+, guidata dagli Stati Uniti e da nuovi produttori emergenti, ha superato la domanda mondiale, una produzione di 104,4 milioni di barili giornalieri +1,3%,  generando un surplus che ha spinto il Brent ai livelli più bassi dal 2020 sui 69 dollari medi per il Brent. 

Quest’anno la produzione media giornaliera non ha subito significative flessioni, ma è stata compromessa l’accessibilità, nel conflitto in medio oriente con la chiusura dello stretto di Hormuz stretto su cui passa il 20% del petrolio mondiale è arrivato lo shock geopolitico, il Brent ha toccato quasi i 120 dollari e per un periodo è stato molto volatile, diverse volte Trump annunciando grandi accordi aveva fatto scendere il prezzo per poi risalire dopo le dichiarazioni di Teheran, solo recentemente nell’ultimo processo negoziale c’è stato un effettivo rientro della crisi con la riapertura dello stretto e la stabilizzazione della quotazione sui 71-75 dollari.

A cinque anni dall'inizio di questa fase di instabilità, una conclusione appare evidente: il prezzo del petrolio non dipende più soltanto dall'equilibrio tra domanda e offerta, ma sempre più dal rischio geopolitico. Dalla guerra in Ucraina alle tensioni nello Stretto di Hormuz, il mercato ha dimostrato di reagire con rapidità a ogni crisi internazionale, confermando come il greggio continui a rappresentare uno dei principali segnali degli equilibri economici e politici mondiali. 


Articolo a cura di Davide Pompilio 




fonte cartina: Corriere Della Sera 

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