Benassi: "se ci dividiamo perdiamo, se ci uniamo è molto probabile che vinceremo. "

 Diamo il benvenuto e la parola all'Ambasciatore Piero Benassi, diplomatico di lungo corso e autorevole protagonista della politica estera e delle istituzioni europee. Grazie alla sua profonda esperienza nelle relazioni internazionali, oggi ci offrirà  una prospettiva privilegiata sulle dinamiche geopolitiche attuali, analizzando gli innumerevoli elementi utili a comprendere le radici di conflitti che stanno ridefinendo l’ordine globale.  



Ambasciatore, nel suo recente discorso alla premiazione “Carlo Magno”, Mario Draghi ha dichiarato: “Per la prima volta nella nostra storia noi europei siamo davvero soli insieme”. Spesso il dibattito sull'autonomia strategica si limita alle sole dimensioni militare e tecnologica . Tuttavia, la Strategia di Sicurezza Europea abbraccia ambiti cruciali come l’autonomia finanziaria , la sicurezza energetica o l'approvvigionamento delle materie prime. Ritiene che l'Europa stia muovendo passi concreti in queste direzioni?


Nel rispondere vorrei anzitutto sottolineare in premessa un approccio di ottimismo sia dal punto di vista storico sia guardando l'attualità.

L’Unione Europea è il più grande progetto di prevenzione dei conflitti. Nasce - qualche anno dopo la Seconda guerra mondiale - con l’ambizione di scongiurare per sempre un nuovo un conflitto franco-tedesco e di sviluppare un progetto di integrazione e di crescente libera circolazione di merci, servizi, persone e capitali. Se fino al 1945 la rivalità tra Francia e Germania era un dato talmente ricorrente da aver dato luogo a diversi conflitti, la nascita del progetto europeo ha archiviato per sempre quella stagione, escludendo nei fatti qualsiasi possibilità di uno scontro armato tra uno dei suoi membri.  Il progetto di prevenzione dei conflitti, dunque, si è storicamente dimostrato vincente. Benché vi siano numerose sfide in corso, al di là delle oggettive difficoltà messe in luce dal rapporto Draghi sulla competitività , il potere di attrattività dell’Unione Europea nei confronti dell’esterno rimane elevato. Motivo che mi porta sempre ad evitare un approccio pessimista in geopolitica e soprattutto in diplomazia. 

Detto ciò è evidente che il cambio di paradigma che c’è stato all'interno dell’occidente imponga una seria riflessione sul come rapportarsi con una Amministrazione USA come quella attuale, con un Presidente che mette in discussione e poi ostacola tutti i principali "formati" che hanno caratterizzato l'occidente in questi anni: dall’ancoraggio alle Nazioni Unite - più volte colpite dalla nuova leadership statunitense - fino al WTO (commercio internazionale) e via di seguito nei confronti di tanti altri organismi multilaterali. E' un periodo insomma di grande pressione anche per l’UE  e si tratta di resistere a questo momento difficile che proviene da Washington, attrezzandosi per il futuro a rimanere competitivi. Ci sono dunque sfide prioritarie che possono essere raggruppate in quelli che noi chiamiamo “European common goods” (difesa, energia, transizione digitale e transizione verde)'che per loro natura non sono frazionabili e necessitano di investimenti in una scala che non può' essere alla portata di un singolo stato membro. 

Un esempio di rilievo è quello della difesa, assolutamente chiamato a svilupparsi dentro un maggiore coordinamento. Ma anche l’energia, dovrebbe dare luogo a politiche capaci di evitare asimmetrie nei mix energetici dei singoli Paesi. Un altro “common good” è il contrasto al cambiamento climatico e più in generale la transizione verde. Ed anche questo è ampiamente spiegato all’interno del rapporto Draghi. A maggior ragione con la transizione digitale, sia nella sua componente civile che militare. Pensiamo alle difese dagli attacchi cyber, o all’evoluzione che c’è stata, anche a seguito del conflitto in Ucraina, in materia di droni e missili balistici. In parole povere tutto quello che ho detto finora dovrebbe portarci a riflettere esclusivamente su  strumenti di coordinamento europeo e non di frammentazione: se ci dividiamo perdiamo, se ci uniamo è molto probabile che vinceremo.  


 L'alleanza tra Stati Uniti ed Europa si fonda su una forte comunanza di valori, tanto da fondersi in quello che il sud globale definisce come un unico "Occidente politico". Lei reputa che sia più congruo parlare di dipendenza dagli USA o di interdipendenza?


Noi dobbiamo viaggiare verso un interdipendenza, sperando che rimanga un valore aggiunto e non una liability . Tuttavia se l’interdipendenza non si accompagna a un’amicizia nei rapporti bilaterali, diventa una dipendenza. Dunque l’obiettivo è quello di lavorare verso un dialogo costruttivo tra le parti. Tutte le altre alternative sono auspicabilmente da evitare.

 Tuttavia - soprattutto in questo periodo - non possiamo dare per scontata alcun tipo di alleanza. Specialmente quella tra UE e USA. 


Dunque se questo legame dovesse trasformarsi da certezza a opzione, quali mosse immediate dovrebbe fare l'Europa per garantire da sola la propria sicurezza? Sarebbe capace di farlo ?


Il punto dolente nel versante Europeo di fronte alla sfida rappresentata dall’attuale amministrazione Trump è quella di verificare quali strumenti abbiamo per elevare il livello della nostra autonomia e della nostra sicurezza militare; energetica; alimentare…

L’Europa in questo momento patisce, nelle sue principali capitali, una carenza di leadership causata da situazioni di oggettiva debolezza in politica interna dai suoi principali leader. E questo non depone a favore di un salto di qualità nei termini di un aumento di azioni comuni Europee. Si devono inoltre aggiungere dei limiti previsti nei trattati in cima ai quali c’è quello della governance, cioè alcune materie essenziali come politica estera, economica o di difesa che non rappresentano un progetto di integrazione europea ma un accordo intergovernativo. Analizzando la velocità del cambiamento su scala planetaria e per la velocità per la quale occorre dare delle risposte a ciò che richiedono le opinioni pubbliche, credo che alcune lentezze in queste materie possano essere esistenziali per l’Unione Europea. Abbiamo ormai ben chiaro cosa sia necessario risolvere e non abbiamo più bisogno di rapporti che ce lo dicano. Quello che manca è il sufficiente coraggio politico di fare “un salto in avanti” accettando il rischio di pagarne il prezzo elettorale. Se tutti i leader dei 27 Stati sono guidati dal costo elettorale finiremo per pagarne un costo esistenziale.


Ambasciatore la vorrei portare verso una notizia di poche ore fa: l’accordo - che per essere più scientifici chiamerei “programma negoziale” - che doveva essere firmato venerdì scorso tra USA e Iran in Svizzera è stato rinviato per motivi ancora sconosciuti. Tuttavia giorni fa a Versailles abbiamo avuto modo di vedere un Donald Trump molto soddisfatto di aver firmato una prima parte di una trattativa molto complessa. Lei crede che quando (e se) si firmerà questo accordo gli USA ne usciranno rafforzati? Possiamo parlare di una vittoria?


Innanzitutto è corretto parlare di “processo negoziale”. Siamo ancora molto lontani dal poter parlare di un accordo e di un’intesa, e dal mio punto di vista i 14 punti sanciti sono catastroficamente negativi per gli Stati Uniti, con 4 mesi molto drammatici fatti di guerra e bombardamenti. Ci sono almeno 7-8 punti per cui - se fossi un cittadino Iraniano - avrei motivo di gioire. Intanto per quanto riguarda il nucleare credo siano stati utilizzati termini che non mi convincono, poiché l’Iran parla di “reiterazione” dell’impegno al processo di arricchimento dell’uranio. Abbiamo fatto 4 mesi di guerra per farci ripetere un impegno?


Inoltre tutta la parte economica mi sembra  negativa. A cominciare dai 300 miliardi che nessuno sembra intenzionato a stanziare: sicuramente né l’Europa né gli USA, ma nutro forti dubbi anche sui paesi alleati del golfo, già profondamente penalizzati da questa vicenda. Se fossi Iraniano utilizzerei il richiamo a queste risorse finanziarie come implicito riconoscimento giuridico di riparazioni. È chiaro che questo non è nelle intenzioni della Casa Bianca, ma siccome le parole sono importanti non c’è un solo passaggio che abbia un senso rispetto agli interessi degli USA e ancor più di Israele. Su quest' ultimo, pur prendendo fermamente le distanze da metodi che condanno fermamente da due anni, la delusione, da un punto di vista strategico, di Netanyahu è comprensibile. Giudicando anche i commenti di queste ore, le trattative poggiano su basi fragilissime.



Qual è il suo giudizio sul recente scontro verbale tra il Presidente Trump e la Presidente Meloni, e cosa significa questo episodio per il futuro dei rapporti tra Italia e Stati Uniti?

Il Presidente Trump, con le sue accuse scomposte e sgangherate alla Presidente Meloni, ha mostrato per l'ennesima volta il suo modo di intendere i rapporti politici anche a livello internazionale. Sgarberia e bullismo come tratto dominante. 

Bene ha fatto la Presidente Meloni a replicare in modo fermo e con parole nette. 

Ciò detto questo episodio, là dove ce ne fosse stato bisogno, ha confermato in modo inequivocabile il fallimento della scommessa politica del governo italiano di sostenere in questi mesi - non di rado acriticamente - le iniziative del Presidente statunitense. Non si e' visto alcun dividendo politico in questa scelta; al contrario vi è stato un coinvolgimento in determinate occasioni che un Paese come il nostro avrebbe potuto francamente risparmiarsi. Su tutti, ma non solo, la partecipazione del nostro Ministro degli esteri in qualità di osservatore, con tanto di cappellino MAGA, al Board of Peace. 

Le relazioni tra Roma e Washington sono solide e tradizionali. Questa inevitabile increspatura dovrà essere pazientemente messa alle spalle. Speriamo con la consapevolezza che sarà bene abbandonare le nostre ambiguità in seno alla UE sull'altare di un nostro presunto "ruolo ponte" con Washington dimostratosi così palesemente velleitario.

 

 Arrivati al 2026, dopo quattro anni di conflitto, il dibattito europeo oscilla tra il sostegno militare a Kiev e l'attivazione dei canali diplomatici interrompendo l’invio di armi. Attualmente l'Ucraina sta sviluppando una propria industria della difesa, in particolare nel settore aereo, registrando forti interconnessioni industriali con partner europei, in primis la Germania. Alla luce di questa evoluzione  industriale della difesa, come si stanno ridefinendo gli equilibri tra il supporto bellico di Bruxelles e le prospettive di una soluzione diplomatica?


Questo conflitto storico soffre di quello che io chiamo “presentismo”. Parliamo sempre della notizia delle ultime 24 ore e pretendiamo di elaborare delle analisi che ci accompagnino nei mesi e negli anni successivi. Mettiamo ordine nel vocabolario per parlare di un conflitto che ha già causato 1,4 milioni di morti e feriti. Innanzitutto dobbiamo partire dalla constatazione principale: il 24 Febbraio 2022 un paese sovrano ha aggredito con un attacco militare un altro paese sovrano. E non bisogna mai venir meno da questo dato iniziale. Le divisioni all’interno della maggioranza e dell’opposizione del governo italiano hanno un solo risultato, ovvero quello di indebolire la posizione italiana a livello internazionale. Inoltre è evidente che è sbagliata l’analisi politica e di intelligence da parte della Russia sull’Ucraina, che pensava di conquistare con un’operazione militare di pochi giorni. Chi sostiene l’interruzione di invio di armi in Ucraina al fine di attivare dei canali diplomatici, non tiene in considerazione che questo tipo di azioni dovrebbero essere perseguite bilateralmente e non unilateralmente. Ed è chiara la mancanza di volontà di Putin di avviare un negoziato, persino in momenti come quello di Anchorage, nell’agosto ‘25 in cui era del tutto evidente che gli Stati Uniti fossero pronti a forzare la mano a Zelensky per arrivare a un risultato negoziale a Putin che era nettamente superiore di quanto lui avesse guadagnato sul campo. Ricordiamoci che il secondo esercito più potente al mondo, ovvero quello Russo, non ha ancora conquistato tutto il Donbass, ma solo l’80%. Tuttavia da parte dell’Europa non bisogna lasciare impregiudicata la minima possibilità negoziale.


Tra il 1992 e il 2014, l'Europa ha tentato a più riprese di includere Mosca in un'architettura di sicurezza condivisa. Guardando a quel precedente, cosa è strutturalmente cambiato?  quali sono oggi i principali fattori che impediscono ciò? Soprattutto, considerando che il dualismo tra Stati Uniti e Cina rischia di marginalizzare la centralità e le esigenze del nostro Continente, quali fattori dovrebbero o potrebbero riaprire in futuro la strada per reintegrare Mosca in una cornice di sicurezza europea comune?



Che i Russi dovessero entrare in una cornice di sicurezza condivisa era ben accetto da tutta l’Europa, e a conferma di questa accettazione c’è stato un momento in cui la Russia era nel G8. Sicuramente c’è stato qualche errore di lettura da parte dell’Europa di determinate sensibilità politiche della Russia, ma secondo il mio punto di vista, l’esigenza neo-imperiale di Mosca ed il fatto che Putin abbia sempre considerato la guerra fredda la più grande tragedia geopolitica del ‘900 poneva il Cremlino in una situazione di perenne tentativo di rivincita, che è sfociato in un momento di collisione. Certamente sarebbe auspicabile se un domani Mosca rientrasse in un'architettura di sicurezza condivisa.




Intervista a cura di Stefano Pelliccia









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