Giansanti: "Si devono fare delle scelte se vogliamo continuare ad avere un’industria che voglia tornare ad essere competitiva. "

 L’ospite di questa intervista è l’Ambasciatore Luca Giansanti, diplomatico di carriera che ha guidato la Direzione Generale per gli Affari Politici e di Sicurezza della Farnesina (2014-2018), dopo aver servito lo Stato come Ambasciatore d’Italia in Iran, Rappresentante Permanente presso il Comitato Politico e di Sicurezza dell'Unione Europea a Bruxelles, Direttore Generale per la Cooperazione Politica Multilaterale e Vicedirettore Generale per l'Integrazione Europea. Tanti sono i temi toccati all’interno del nostro dialogo, che sarà infatti diviso in 3 puntate che verranno pubblicate di settimana in settimana. Il tema da cui inizieremo è l'Europa: molte sfide e altrettanti punti interrogativi. Come dovrà evolversi Bruxelles? 






Dalla nascita della comunità Europea fino agli ‘90 Bruxelles ha rappresentato un’istituzione rilevante e con un peso geopolitico nel contesto globale. Eppure oggi la situazione è totalmente differente: negli ultimi anni - anche a seguito del conflitto Russo-Ucraino ed Israelo-palestinese - abbiamo avuto modo di intercettare innumerevoli lacune in termini di politica estera. Lei crede che l’Europa possa tornare ad avere un peso geopolitico rilevante?


Credo che siano cambiate le circostanze. Siamo passati da un contesto governato da regole e dal multilateralismo in cui l’UE trovava la sua ragion d’essere, mentre oggi non è più così. l’Unione Europea ha un duplice - anzi triplice - problema a mio avviso: il primo che le decisioni finali sono quelle che vengono prese nelle 27 capitali degli stati membri. Facile accusare Bruxelles e le istituzioni se poi è la parte intergovernativa dell’Unione a prendere le decisioni. Abbiamo visto le difficoltà di questo sistema, difficoltà che continueremo a vedere in futuro, vista la crescita dei movimenti populisti in tutta Europa. C’è una situazione complessa che spiega perché sia sempre così difficile trovare aree di consenso. 

A ciò si aggiunge una mancanza di leadership sia a livello nazionale ed europeo. Dalla Francia di Macron alla Germania di Merz fino alle istituzioni a Bruxelles su cui stenderei un velo pietoso: sia la presidente della commissione europea sia quella del parlamento europeo non si stanno rivelando all’altezza della situazione attuale. Dunque siamo in un momento abbastanza sconfortante in cui è difficile identificare una sola causa. A questo si aggiunge il fatto che il nostro modello di sviluppo, impostato negli anni ‘90, si sta dimostrando insufficiente per garantire sviluppo economico e competitività. Ci sono ormai dei trade off importanti da compiere, non è più possibile portare avanti in parallelo delle politiche basate su libero commercio internazionale, concorrenza piena sul piano interno e politiche molto ambiziose sul tema climatico e ambientale. Si devono fare delle scelte se vogliamo continuare ad avere un’industria che voglia tornare ad essere competitiva. 




Di fronte a questo scenario sconfortante, di fronte alle tante sfide da lei descritte, crede che in futuro gli Stati Europei muoveranno verso una diplomazia più unita, o continueranno a perseguire strade autonome? 



Che la politica estera e la diplomazia siano ambiti gestiti dai singoli stati è una realtà definita dai trattati, eppure al tempo stesso indipendente dai trattati. Abbiamo avuto figure istituzionali a Bruxelles che hanno saputo, a mio avviso, interpretare al meglio questo ruolo europeo degli affari esteri. Se uno pensa ai primi anni 2000, a Javier Solana. Prima ancora che ci fosse un Servizio Europeo di Azione Esterna, Solana sapeva come muoversi, come captare quello che era il comune sentire delle capitali europee che contano e interpretarlo al meglio.


Col tempo questo si è un perso, anche per il cambiamento negli equilibri internazionali, all’epoca molto più favorevoli rispetto ad oggi. Una fase di ottimismo, di apertura, di globalizzazione, quindi tutto era molto era molto più agevole. Ma quando ad un contesto internazionale sempre più complicato e in parte ostile, aggiungiamo una mancanza di leadership, le cose diventano veramente complicate. Oggi possiamo riflettere sul fatto che l'alto rappresentante Kaja Kallas non è in grado di avere un dialogo né con Washington né con Mosca, semplicemente perché né a Washington né a Mosca le parlano. È complicato, per cui poi crescono e proliferano i formati più ristretti. Dai dai famigerati 3, Francia, Germania, Regno Unito, a formati a 4, a 5 che includono poi l'Italia e la Polonia, a seconda dei casi. Io credo che bisogna in qualche modo ripartire da geometrie variabili intorno a cui costruire dei consensi, sperando poi di allargare, il maggior numero di paesi possibile all'interno dell'Unione.



Secondo lei dovremmo tornare ad acquistare gas russo? sarebbe una scelta economica e politica efficiente che potrebbe portarci una maggiore indipendenza?



L’indipendenza energetica per quanto riguarda le fonti fossili, (carbonio, petrolio e gas, sia gas naturale che liquefatto) è impossibile da immaginare nel caso dell'Unione Europea, che non dispone di quantità sufficienti di questo tipo di combustibili. Quindi è è illusorio pensare ad un'indipendenza energetica, dipenderemo sempre dalle importazioni, fondamentalmente. Detto questo sarei veramente sorpreso per un ritorno, qualora la crisi ucraina fosse risolta in maniera stabile e giusta, ad un ritorno ad acquisti di gas russo. Non che questo fosse sbagliato nel passato, perché nonostante le critiche di oggi, la dipendenza dalle forniture di gas russo avevano una loro logica e l'hanno avuta per un lungo periodo. Nel contesto di oggi, molto cambiato da allora, mi sembra veramente veramente difficile tornare a quello. Nel lungo periodo è necessario riflettere su altre strade, come per esempio il nucleare che per alcuni paesi come Francia o Slovacchia è già una soluzione. Dunque credo che una riflessione su questo tema - anche per l’Italia - sia necessaria. Il tutto deve essere accompagnato da una maggiore penetrazione delle rinnovabili, ma senza perseguire l’illusione che si possano far funzionare le nostre economie e le nostre industrie solo con energia solare, eolica o idroelettrica. 


Secondo lei l’Ucraina dovrebbe entrare nell’UE e nella NATO? 


Se vogliamo essere concreti e realistici parliamo di un processo di adesione dell’Ucraina nell’UE. Di quel che dica il Cremlino, l’adesione alla NATO non è mai stata nelle carte. 

Tuttavia la prospettiva europea dell’Ucraina è diventata un’esigenza ineludibile dopo il conflitto, consapevoli che comunque non può avvenire nei tempi a cui auspica Kiev. Considerando anche che un eventuale ingresso nell’unione cambierà completamente le istituzioni in termini politici e decisionali. E questo è forse quell’elemento che potrebbe finalmente portarci a una modifica dei trattati, da tempo necessaria. Quindi si, vedo in maniera favorevole l’adesione dell’Ucraina, in un’Europa ben diversa da quella attuale, visto il peso che kiev ha a livello geografico, demografico economico e militare. 





"Secondo lei come deve cambiare, soprattutto a livello commerciale ed economico, il rapporto tra UE e Israele considerando che in Israele ci sono le elezioni, a ottobre del 2026, e potrebbe dunque esserci un cambio di guardia alla Knesset.?



 Qui il tema è soprattutto quello di come allineare le politiche dell'Unione Europea con quello che, in questi ultimi 2-3 anni, è andato definendosi come il sentimento maggioritario delle opinioni pubbliche del continente. Perché il tema è fondamentalmente questo. Come essere, nelle politiche di Bruxelles, in linea con il sentimento, con l'orientamento che si è andato affermando, soprattutto a causa del conflitto a Gaza, nei confronti di Israele. Perché poi non dobbiamo farci illusioni, non è che l'Unione Europea abbia a disposizione strumenti che siano in grado di influire in maniera concreta sulla politica israeliana. Si tratta di gesti politici, che però sono fondamentali. Sono fondamentali per una Unione Europea che è stata costruita sul diritto, sullo stato di diritto, sui diritti dell'uomo e sul loro rispetto a livello internazionale. Quindi è una questione di coerenza. È una questione di coerenza che dovrebbe portare l'Unione Europea a sospendere una parte dell'accordo di associazione per violazione dei diritti fondamentali, a sanzionare quei membri del governo israeliano che violano palesemente questi diritti, a sanzionare i coloni che in Cisgiordania compiono violenze nei confronti della popolazione palestinese, e via dicendo. Sono tutti passaggi politici che andrebbero fatti per essere coerenti con la stessa ragion d'essere dell'Unione Europea. Però su questi temi, appunto, sappiamo quanto l'Unione, cioè gli Stati membri dell'Unione, siano ancora divisi, anche sulle cose che a buona parte dell'opinione pubblica sembrano più scontate, più facili, come le sanzioni contro il ministro Ben-Gvir. E poi entrano in questi ragionamenti anche degli elementi di calcolo politico, cioè, in questa fase elettorale, il rischio che si può correre, adottando queste misure, di rafforzare le fasce, le correnti, i partiti più oltranzisti dello scenario politico israeliano. Quindi è una situazione complicata che però dimostra come anche su iniziative politiche, che tutti sappiamo che non sono destinate a cambiare il corso della storia, per l'Unione Europea è difficile, ecco, prendere una posizione chiara, univoca e coesa."



Intervista a cura di Stefano Pelliccia e Lorenzo De Frenzi 
































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