Giansanti: "Stati Uniti e Cina sono fondamentalmente le uniche due potenze sistemiche al mondo ormai, la Russia è finita da tempo in un'altra categoria di potenza regionale."
Seconda puntata della nostra intervista all’ambasciatore Luca Giansanti, questa volta il tema è la Cina: qual è il suo ruolo nella guerra in Ucraina, come ha reagito al conflitto in Iran, e può davvero sfidare gli Stati Uniti?
Che ruolo sta avendo la Cina nel conflitto in Ucraina? Abbiamo visto che ha dapprima avuto una posizione di mediatrice, ora invece di alleata della Russia.
Ho trovato l'atteggiamento cinese veramente deludente. Perché è passato da una fase iniziale in cui non condivideva l'aggressione, ma non si schierava, a diventare chiaramente un fornitore della Russia per materiale bellico, di difesa, quindi fornendo ad essa grande aiuto. Al tempo stesso, il fatto che la Russia si sia bloccata in questo conflitto consente a Pechino di affermare sempre di più la sua superiorità su Mosca. Questo rapporto tra Mosca e Pechino si sta progressivamente trasformando in un rapporto di sudditanza, con Pechino che ha chiaramente la supremazia sulla Russia. Però nel complesso, il fatto che Pechino non abbia più usato le armi di cui potrebbe disporre — e parlo di armi, ovviamente, non militari, ma commerciali e diplomatiche — per contribuire ad una soluzione è certamente deludente.
La Cina, attraverso lo stretto di Hormuz, importa circa un terzo del proprio fabbisogno energetico, circa 5,5 milioni di barili di greggio al giorno. Che impatto ha avuto la chiusura dello stretto per Pechino?
Passando allo Stretto di Hormuz e alla guerra nel Golfo i principali destinatari delle esportazioni di petrolio provenienti dal Golfo — e non solo dall'Iran, ma anche dai paesi arabi del Golfo — erano in Asia e in Estremo Oriente, quindi la Cina, il Giappone, la Corea del Sud, l’India . Questi sono i paesi che, più di noi europei, hanno sofferto per questi mesi di conflitto . Il fatto che i prezzi del petrolio a livello mondiale non siano poi, in realtà, mai saliti sopra un certo livello è dovuto anche al fatto che in questo momento, l'economia cinese ha chiesto meno energia, aveva meno necessità, e quindi questo ha aiutato a tenere più bassi di quanto ci si sarebbe aspettato i prezzi del petrolio. Ma l’economia cinese necessità comunque di grandissimi quantitativi di energia, e la guerra, pur non con gli effetti catastrofici che alcuni avevano immaginato, ha lasciato un segno in questi mesi sull’economia del gigante asiatico. Per questo la Cina certamente beneficia, adesso, di quella che speriamo essere una fase di pacificazione, di cessate il fuoco duraturo e stabile, di ripresa della navigazione nello Stretto.
E alla luce di queste considerazioni, può davvero la Cina riuscire a competere con gli Stati Uniti a livello globale? Lo sta facendo?
Stati Uniti e Cina sono fondamentalmente le uniche due potenze sistemiche al mondo ormai. Sono due sistemi economici, politici, militari, di sicurezza, finanziari, tecnologici, in grado di competere uno con l'altro. Non ce ne sono altri, con buona pace della Russia, la quale ormai è finita da tempo in un'altra categoria di potenza regionale. L'Europa non potrà mai essere una potenza sistemica, anzi deve stare attenta a non finire schiacciata nella competizione fra Cina e Stati Uniti, perché quella non è la competizione dell'Europa, è un'altra competizione. Detto questo, il rapporto continua ad evolvere tra Stati Uniti e Cina, che rimangono due concorrenti, le uniche due potenze sistemiche. Abbiamo visto come Trump nell'ultimo anno, dopo aver fallito con l'utilizzo dello strumento dei dazi doganali — che ha inizialmente usato pesantemente contro Pechino e avendo Pechino risposto per le rime, ha dovuto in qualche modo fare molto marcia indietro. Trump sta cambiando l'approccio americano nei confronti della Cina. Per un lungo periodo Stati Uniti e Unione Europea hanno perseguito l'obiettivo di cercare di modificare come funziona il sistema cinese. Di modificarlo per renderlo più conforme a quello che noi riteniamo essere le regole condivise della concorrenza internazionale, del libero mercato. L'Unione Europea continua a perseguire questa ambizione; Trump sembra aver rinunciato a tutto questo, per puntare invece, soprattutto negli ultimi tempi, a dei piccoli successi settoriali, pur rimanendo alta la competizione tra i due stati. Sul piano geopolitico e geoeconomico, l'approccio di Trump alla Cina punta chiaramente a fare in modo che la Cina riduca la sua impronta nell’ emisfero occidentale, quindi nelle Americhe e in Europa. Rimane il grande dubbio di sapere come Trump reagirebbe un giorno, qualora ci dovessero essere iniziative militari cinesi nei confronti di Taiwan, cioè un tentativo di occupazione militare dell’isola. Vi è crescente preoccupazione internazionale per questa prospettiva, legata anche all’incertezza quanto alla posizione degli Stati Uniti
Come giudica l'incontro che c'è stato a Pechino tra Trump e Xi Jinping? Crede che sia stato un incontro veramente proficuo, oppure crede che da parte della Casa Bianca o da Pechino ci sia stato un bluff?
Tutto sommato è stato un incontro positivo. Entrambe le parti hanno approcciato questo vertice con l'obiettivo di dare una certa stabilità al loro rapporto bilaterale. Quindi stabilità e prevedibilità era quanto si prefiggevano entrambe le parti, non grandi obiettivi ambiziosi e irraggiungibili. E in questo senso una certa dose di stabilità è stata aggiunta ai loro rapporti. Sul fronte degli acquisti cinesi di aeromobili americane, concessioni sulle terre rare e minerali preziosi. Delle piccole cose positive in questa nuova politica americana di stabilizzazione, che è una notevole rottura rispetto alla linea perseguita per decenni dagli americani. Trump non è tornato a casa con grandi successi. Però, i successi o gli insuccessi vanno misurati a fronte delle aspettative e degli obiettivi, e gli obiettivi non erano particolarmente ambiziosi. La parola 'stabilizzazione progressiva' mi sembra il termine più adatto per descrivere questo rapporto.
Fino alla prossima crisi, perché poi con Trump non sappiamo mai.
Per concludere, lei prima ha menzionato il complesso rapporto tra Russia e Cina. Sono ancora partner sullo stesso livello, nella loro sfida agli USA, o la Cina sta diventando egemone nel loro rapporto?
La Russia da tempo ha perso questo ruolo di partner su un piede di parità nei confronti di Pechino. Quando il presidente Obama lo disse apertamente, cioè che Russia non poteva qualificarsi come una grande potenza, questo provocò delle reazioni di risentimento a Mosca, però è la realtà. Col tempo si sta in qualche modo confermando. C'è un paradosso dei nostri tempi che in qualche modo si è verificato: Il fatto di possedere una innegabile superiorità dal punto di vista militare non è più il presupposto che garantisce successi e vittorie strategiche. Questo lo dimostrano i 4 anni di guerra della Russia In Ucraina, e lo conferma l'aggressione di Israele e Stati Uniti all'Iran di fine febbraio La Cina assiste a tutto questo, immagino, quasi divertita, perché la Cina, che non utilizza questi stessi strumenti militari, perlomeno fino ad oggi, ma ha garantito questo suo ruolo di potenza sistemica con altro, vede un po' il successo del suo modello. Ho trovato imbarazzante quando l’anno scorso Mosca ha dovuto fare ricorso a truppe nordcoreane. La Russia negli anni ha perso oggettivamente terreno sul piano internazionale. Ha perso tutti i suoi clienti europei sul fronte dell'energia, ha perso l'alleato siriano, viene sconfitta nel Sahel dai ribelli tuareg e dai jihadisti. L'economia russa si trasforma sempre più in un'economia di guerra, impoverendo quindi gli altri settori del paese e dell'economia, che sempre più diventa dipendente dall'alleato cinese e da altri alleati scomodi.
Intervista a cura di Stefano Pelliccia e Lorenzo De Frenzi
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