Le Proteste per Gaza e lo sciopero generale: il nostro reportage


Ci sono decenni in cui non succede nulla e ci sono settimane in cui sembrano passati decenni.



In questi giorni, le piazze di tutta Europa si sono tinte di Rosso, Verde, Bianco e Nero. Giornata che hanno tutto il diritto di essere dichiarate “storiche”. Dopo l’intercettazione della Global Sumud Flottilla, ad opera delle Forze di Difesa Israeliane, un’ondata di proteste in solidarietà alla Palestina e al suo popolo, in risposta ad una chiara violazione del diritto internazionale, ha travolto gli stati europei. L’Italia non è stata da meno. La CGIL ha infatti indetto uno sciopero generale, e alle manifestazioni di piazza hanno preso parte, secondo le prime stime, più di 2 milioni di persone. Era dagli anni caldi del sessantotto che non si assisteva ad una tale partecipazione. Viviamo in un’epoca dove la sfiducia per la democrazia é in crescente aumento, dove L’astensionismo è diventato un fenomeno diffuso. Siamo spinti a credere che non c’è nulla che possiamo fare, che nulla conti davvero, che tutto ciò che non ci riguarda direttamente sia un problema di qualcun altro Eppure, milioni di persone si sono unite per non voltare la faccia dall’altra parte, per guardare in faccia non solo un genocidio permesso dagli stessi Stati che si proclamano “liberi e democratici”, ma il futuro. Un futuro incerto, per molti versi spaventoso e pieno di sfide. Ma pur sempre il loro futuro. Il *nostro* futuro. 



Il nostro reportage: le voci dalla protesta


Noi dell’Atlante siamo andati ieri ad una di queste manifestazioni, a Pescara, per un reportage sul campo e per cercare di capire gli umori, le idee, e cosa spinge così tante persone a riunirsi per un protestare. La manifestazione, organizzata da Cgil, USB e altre sigle, ha visto una grande partecipazione, con migliaia di persone di età differenti, tra cui moltissimi studenti. I manifestanti hanno percorso un lungo tratto del centro cittadino, dalla stazione di Porta Nuova fino a Piazza Unione. Inoltre, circa un centinaio di manifestanti ha bloccato l’asse attrezzato per alcune ore. Abbiamo anche avuto il piacere di parlare con una delle manifestanti, che ci ha raccontato quanto segue:




“Perché siete qui oggi?”




“Per manifestare, perché hanno attaccato i nostri cittadini sulla Flottilla. Quindi chiediamo l’intervento immediato del governo Meloni e del ministro Tajani, che ha dichiarato che “il diritto internazionale conta, ma solo fino ad un certo punto”. Sembra che non sia il ministro Italiano degli Esteri ma il ministro Israeliano degli Esteri. Noi chiediamo di aprire gli occhi, dar voce alle bocche e fare rumore.”



“Un appello per chi ci legge da casa?”




“Scendete in piazza se potete, e se non potete, trovate il vostro modo di esprimere la vostra solidarietà. Siamo tanti ma mai abbastanza.”











"Riprendersi il futuro, voce dopo voce"


Per decenni abbiamo vissuto nella rassicurante illusione della “fine della storia.” Abbiamo creduto che la democrazia, il libero mercato e l’individualismo fossero le basi per una “pace perpetua”.

Come tutte le migliori illusioni, anche questo futuro è presto crollato, smentito da crisi economiche, pandemie, guerre e tensioni. La Storia non era finita, tutt’altro. Ma lo shock percepito iniziò a minare le fondamenta della nostra società, della democrazia, delle istituzioni, alimentiamo da chi spera di poter sfruttare l’incertezza a suo vantaggio. Parole d’odio, di velata discriminazione, sono lentamente diventate la norma, tanto da essere impossibili da distinguere. Si è smesso di parlare di futuro e si è iniziato a guardare al passato. Valori come la patria e l’unità, invece che essere base delle nostre comunità, sono state trasformate in fortezze, create per escludere invece che accogliere. Per anni, chi voleva guadagnare la fiducia delle persone ha alimentato paure, incertezze e odio. Perché è più facile incolpare che risolvere. Perché l’odio unisce le persone. Perché è facile proporsi come unica soluzione, se la disperazione è un sentimento comune.

Il futuro è stato lentamente reso “sporco”, spaventoso. Le risposte erano nel passato.

Si odia il futuro perché è nostro. Perché noi siamo il futuro. Tutti noi, non solo chi ci fa comodo.

É questo che è stato gridato nelle piazze di tutta Europa e di tutta Italia. C’è ancora chi vuole credere nel futuro, anche se spaventa, anche se non lo conosciamo. C’è ancora chi si interessa, chi vede nelle sofferenze degli altri un mondo da difendere, non da ignorare. Se in questo si vede un attacco alle istituzioni, forse è perché si teme che le persone tornino a credere nel futuro, perché le proprie idee si basano sulla paura.


 

A cura di Lorenzo De Frenzi




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