Le Proteste per Gaza e lo sciopero generale: il nostro reportage
Ci sono decenni in cui non succede nulla e ci sono settimane in cui sembrano passati decenni.
Il nostro reportage: le voci dalla protesta
“Perché siete qui oggi?”
“Per manifestare, perché hanno attaccato i nostri cittadini sulla Flottilla. Quindi chiediamo l’intervento immediato del governo Meloni e del ministro Tajani, che ha dichiarato che “il diritto internazionale conta, ma solo fino ad un certo punto”. Sembra che non sia il ministro Italiano degli Esteri ma il ministro Israeliano degli Esteri. Noi chiediamo di aprire gli occhi, dar voce alle bocche e fare rumore.”
“Un appello per chi ci legge da casa?”
“Scendete in piazza se potete, e se non potete, trovate il vostro modo di esprimere la vostra solidarietà. Siamo tanti ma mai abbastanza.”
"Riprendersi il futuro, voce dopo voce"
Per decenni abbiamo vissuto nella rassicurante illusione della “fine della storia.” Abbiamo creduto che la democrazia, il libero mercato e l’individualismo fossero le basi per una “pace perpetua”.
Come tutte le migliori illusioni, anche questo futuro è presto crollato, smentito da crisi economiche, pandemie, guerre e tensioni. La Storia non era finita, tutt’altro. Ma lo shock percepito iniziò a minare le fondamenta della nostra società, della democrazia, delle istituzioni, alimentiamo da chi spera di poter sfruttare l’incertezza a suo vantaggio. Parole d’odio, di velata discriminazione, sono lentamente diventate la norma, tanto da essere impossibili da distinguere. Si è smesso di parlare di futuro e si è iniziato a guardare al passato. Valori come la patria e l’unità, invece che essere base delle nostre comunità, sono state trasformate in fortezze, create per escludere invece che accogliere. Per anni, chi voleva guadagnare la fiducia delle persone ha alimentato paure, incertezze e odio. Perché è più facile incolpare che risolvere. Perché l’odio unisce le persone. Perché è facile proporsi come unica soluzione, se la disperazione è un sentimento comune.
Il futuro è stato lentamente reso “sporco”, spaventoso. Le risposte erano nel passato.
Si odia il futuro perché è nostro. Perché noi siamo il futuro. Tutti noi, non solo chi ci fa comodo.
É questo che è stato gridato nelle piazze di tutta Europa e di tutta Italia. C’è ancora chi vuole credere nel futuro, anche se spaventa, anche se non lo conosciamo. C’è ancora chi si interessa, chi vede nelle sofferenze degli altri un mondo da difendere, non da ignorare. Se in questo si vede un attacco alle istituzioni, forse è perché si teme che le persone tornino a credere nel futuro, perché le proprie idee si basano sulla paura.
A cura di Lorenzo De Frenzi



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