Il diritto di resistenza, Israele e la vigliaccheria diplomatica


Quello che è accaduto Mercoledì alla Global Sumud Flotilla non è soltanto un episodio di cronaca, ma l'ennesima prova della brutalità con cui Israele impone la propria volontà calpestando le leggi del diritto internazionale. Navi cariche di volontari, attivisti, giornalisti e politici che tentavano di portare aiuti umanitari a Gaza o, almeno, di dare voce a un popolo vittima di un genocidio, sono state fermate con la forza, circondate, intimidite e neutralizzate come se fossero minacce militari. Questa è la cifra dell'arroganza Israeliana: trattare civili disarmati come terroristi, giustificando ogni abuso in nome della "sicurezza nazionale". Tuttavia rimane ancora incognito da cosa e da chi lo stato Israeliano debba difendersi. Un blocco navale che affama un'intera popolazione - ma che soprattutto porta alla morte di oltre 60.000 civili - non è difesa: è punizione collettiva. E quando queste azioni di legittimazione territoriale avvengono in acque internazionali, non c'è scusa che tenga: si tratta di violazione di libertà di navigazione. Di conseguenza possiamo affermare senza alcuno scrupolo che quanto accaduto durante la notte del 1 Ottobre sia un atto di pirateria da parte dello stato Israeliano. 



Di fronte a questo la comunità internazionale continua a balbettare: dichiarazioni di facciata, poche prese di posizioni nette, appelli generici e qualche passerella diplomatica a scopo mediatico. Ma la verità è che questa indifferenza equivale alla complicità: ogni volta che le democrazie occidentali scelgono di non agire, di non sanzionare e di non pretendere responsabilità concedono piena autonomia decisionale al governo Israeliano, che continua a criminalizzare la solidarietà e ridurre al silenzio l'umanità intera che scende in piazza e resiste.

La Global Sumud Flotilla non è solo stata fermata: è stata umiliata insieme all'idea stessa che la solidarietà possa ancora avere spazio nelle acque internazionali. Israele ha dimostrato che non tollera nemmeno il simbolo dell'aiuto, mettendo a nudo, davanti a tutto il mondo, la natura di un blocco disumano che non ha più nulla a che fare con con la sicurezza nazionale.
Ma intanto ogni intimidazione, ogni arresto, ogni nave respinta non cancellerà il riflesso di una società che si mobilita, che lotta e che rifiuta di accettare il silenzio come risposta al dolore di Gaza, dove nel frattempo uomini, donne e bambini continuano a morire quotidianamente. 

Editoriale a cura di Stefano Pelliccia

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